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e gusto si grande, che se tosto non le vien opposto, egli è certissimo da temere non poter poì più, qualhor si vorrà, nè a tempo, nè con sicurezza fare. Conciò sia cosa che felicemente soggiogata hor tutta la Magna, signoreggiando già mezza d'Italia, e bramando di tutto punto assaggettarsela, del pretesto del Duca di Mantova si vale. Si che l'ingiustizia, ed iniquità della sua oppressione fa palese al Mondo, come a gran giornate, e duplicato passo ella se ne va alla Monarchia universale e come ch' ognuno di questo suo ingordo dissegno, chiaramente s'avvegga, non di meno niuno a guisa di gente sbigottita e sgomentata vi si oppone. Il Pontefice imaginandosi per la riverenza ch' alla religione si dee, di questa tirannide andarsi sciolto, in su questa speranza si sta dormendo senza considerare che l'ambizione non suol aver briglia che nel corso della prosperità sua la rattenga, o raffreni. Il Duca di Savoia che per la libertà d'Italia ben trent' anni ha guereggiato, da picciol vendetta, o diffidenza malfondata acceccato, non s'é accorto ch' egli stesso più che niun altro, era fabbro de ceppi della servitù e cattività sua. Il Gran Duca di Toscana abbagliato dal lampo di quel Parentado, che tanto caro gli costa, non s'avvede che la caduta, e rovina de' suoi vicini, la sua accenna, e minaccia ancora.

La Republica di Genova si ritrova si strettamente annodata dagl' interessi de suoi pur principali Cittadini, le cui facoltà son in poter del Re di Spagna, ch' ella quantunque libera, non può a questo torrente opporsi. Tutti gli altri Principi d' Italia o sono dipendenti, o provisionati d esso Re.

La Serenissima Signoria di Venegia c'ha saputo prudentemente conservarsi il giudicio libero in si fatto caso, riman sol quella ch' avvedutamente scorge la perdita del Duca di Mantova tirarsi altresi dietro quella d'altro Prencipe vicino. Per la qual cosa se tosto a questa ingiusta invasione non vien unitamente opposto, egli è da credere che ciascun in particolare e conseguentemente sia per riminer alfin preda e spoglia del suo avversario. Il che l'ha ubbligata ad unir l'arme sue con quelle del Christianissimo Re di francia a cui ogni altra Repubblica e Potentato della Christianità che brama conservarsi intatta l'autorità, datagli dalla mano del sommo Iddio sopra i suoi sudditi, dee unirsi non pur per contraporsi all' ambizione smisurata di questo Re di Spagna, ma eziandio non depor mai l'armi, insinche sia sforzato ritirarsi fra i mari, e monti Pirenei, accioché ognuno si contenti di comandar a suoi, conforme alla distinzione fatta da Dio colla diversità delle favelle.

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Hora trovandom' io al servigio della Serenità Vostra e veggendo che l'armi sue non son temute quanto sarebbe di mestieri, tre cagioni n'ho ritrovate. La prima che la credenza della pace, di cui sovente s'è data speranza, congionta con un timor d' entrar troppo presto in gravi spese, l'ha rimossa dal potentemente armarsi da principio, cosa che l'ha tenuta sempre ristretta in una semplice difesa. La seconda, che fattole la lunghezza della pace trascurar, e sprezzar il dover mantenersi sempre a guisa di scuola militare un certo nervo di soldatesca, ella s'è trovata con soldati novelli non aggueriti nè disciplinati, che nell' occasioni, e rincontri non han mostrato nè ubbidienza, nè ordine ne animo alcuno. La terza ed ultima è che le principali cariche dell' esercito non son nè compiute, nè i loro uffici ben distinti. Al primo Vostra Serenità provede con ogni diligenza possibile. Nel secondo i capi principali posson facilmente con la cura e prudenza loro rimediare ad ogni mancamento purchè il premio, et il gastigo sian senza favor dispensati. E nel terzo che sarà la principal cagion del mio discorso voglio dimostrar che in un esercito sono quattro carichi necessari de quali non puossi far senza, i quali solo il loro generale hanno da riconoscere, e che ricercano personaggi di canuta sperienza, ed autorità c'hanno i loro carichi benissimo distinti, ciascun de quali tutto l'huomo può tener ocupato.

E ciò par che sia il carico di General della Cavalleria, il carico di General della Fanteria, di General dell' Artiglieria e quello di Mastro di Campo Generale. Il primo ha cura del Corpo della Cavalleria diviso affatto dalla fanteria ed Artiglieria il qual tien il suo ordine particolare di marciare, alloggiare, porre le sue guardie, e combattere. Il secondo ha cura del Corpo della fanteria che si scosta assai, e da quello della Cavalleria, e da quello dell' artiglieria, il qual ha da tener sotto una esatta, e puntual disciplina, con haver cura particolar di farlo esercitar, sì nel maneggio delle sue arme, come nell' ordine del marciare, e combattere, perciochè questo corpo, ch'è la massa dell' Esercito tanto si rende invincibile e formidabile per mezzo del suo bell' ordine, e della sua grande ubbidienza, quanto per lo contrario si rende debole, e di poco rilievo. Il terzo ha cura dell' artiglieria et ha d'aver sotto la sua carica tutti gl' Ingegneri, condottieri d'opre, minatori. guastatori, fabbri, falegnami, ed ogni sorte d'artefici, come anco ogni stromento da guerra, arme, munitioni, e stromenti da cavar, o rimover terra, le quali cose hanno da esser date. e distribuite da lui solo, e per ordine suo. E questo carico è

di si gran consideratione, che non si può far, o tentar alcuna grande, o picciola impresa, ch' a lui prima non sia conferita, avenga che sempre si suol aver bisogno d'alcuna di quelle cose, che stanno sotto alla sua cura. E queste tre cariche sono ciascuna in se tanto differenti, e distinte nell' operare, che ciascuno può ottimamente saper, ed esercitar la sua, senza aver perciò contezza, o pratica di quella degli altri.

Ed il

La quarta ricerca un huomo più universale, perciochè e porta i comandamenti del Generale a tutti gli altri Corpi, et ha d'aver sempre il carico di menar il vanguardo, poscia che a lui solo tocca la cura del marciare, e dell' alloggiar l'esercito, come anco di tutte le spie, e guide. Si che se alcuno è tenuto per isperimentato Capitano, questi ha da esercitar questo carico. E questi quattro capi sono bastanti per soddisfar a tutti i carichi d'un Esercito. E quando si vuol marciare, ch' allora l'esercito si suol divider in tre corpi, tre di questi capi son bastevoli per zeggerli, e ben condurli; ed il General della Cavalleria o quegli dell' artiglieria posson attender all' amministrazion particolar delle loro cariche, conforme a quello che la necessità ricerca. In un assedio poi fansi diversi quartieri ed attacchi. Quivi i generali così della fanteria come dell' Artiglieria hanno da esser preferiti nei detti attacchi. Mastro di Campo Generale può pigliarne ancor una, ma non già il General della Cavalleria, il qual ha la sua particolar carica diversa dall' altre, perciochè ha da proveder alla sicurezza de Convoi, o soccorsi che dir vogliamo, a far batter la strada per pigliar lingua de' nemici, ed a far fargli le guardie necessarie a cavallo per la sicurezza del Campo. Se occorre Cavalleria, nel quartier o posto della fanteria, per assicurar il suo alloggiamento ella ha da ubbidir al General della fanteria, com' anco la fanteria che s'alloggia per la medesima cagione nel posto della Cavalleria ha da ubbidir al Generale della Cavalleria, nondimeno come che si ordini un cotal numero di fanteria per lo posto della Cavalleria overo tal numero di Cavalleria per lo quartier della fanteria, è particolar carica de generali dell' uno e l'altro corpo l'ordinar, e conandar ciascun al suo, quai truppe hanno d' andarvi, acciochè ognuno senza gelosia o invidia mantenga l'autorita che tien sopra i suoi. Evvi di più una quinta carica molto necessaria che ricerca un soggetto di fedeltà, di buon intendimento, d'autorità, prudente, diligente e ripieno d'affetto, cioè quella di Generale delle vettovaglie, dove il mancamento in essa di due giornipuò la rovina total dell' Esercito cagionare.

Ma perciochè stimo che in questo Stato ella dee esser

posseduta da un gentilhuomo Vineziano, che senza dubbio sarà dotato di tutte quelle qualità, ch' ad una carica di tanto rilievo si convengono, non passerò più avanti. Resta l'accennar il vero modo d' eseguir le risoluzioni del General, e consiglio di Guerra, acciochè senza disordine ognuno faccia il debito suo. Il Mastro di Campo Generale ha da pigliar ogni sera dal General dell' Esercito il moto e ricever in iscritto da lui gli ordini che ha da far eseguire, e quindi andarsene al suo alloggiamento in cui si ritrovan il Sergente di Battaglia, il Commessario General della Cavalleria, il luogotenente dell' artiglieria, ed un principal ufficiale delle vettovaglie, i quali ricevono in iscritto da lui gli ordini del Generale per lo corpo di ciascuno, e li portano ai loro Capi, cioè al Sergente di Battaglia, al General della fanteria che gli comanda di darli ai Sergenti maggiori del Corpo di Brigata, ed essi a tutti i Sergenti maggiori de Terzi, ch' indi li portano a loro Colonnelii, i quali li fanno eseguir ne' loro Terzi. Il Commissario General della Cavalleria li porta al suo Generale che gli comanda di porgerli col medesimo ordine a forieri maggiori di Brigata, e quelli poi a gli altri forieri delle Compagnie che li portano a loro Capitani che li fanno poi eseguir nelle loro compagnie. Il luogotenente dell' Artiglieria li porta al suo Generale, il quale non trovandosi tanta gente sotto il suo carico, ordina solo ad ogni ufficiale ciò che ha da fare. Simigliantemente l'ufficial de'viveri li porta al suo Generale, il qual per parte sua ci provede, ed il giorno seguente ognuno ha da render conto di quello c'ha fatto al Conso, riportando l'ordine c'ha avuto in iscritto, perchè essendovi mancamento alcuno vi si possa provedere. Caso che si voglia far senza Mastro di Campo Generale, converrà al Generale esercitar si fatta carica, e dispensar egli stesso gli ordini a Capi Generali sopranominati, tuttavia il meglio è che ve ne sia uno per sollevamento d'esso Generale, che per lo più non possiede la pratica universale di tutte le cose d'un Esercito, e c'ha altre cose di peso in capo bastevoli a tenerlo di continuo occupato.

Se si faranno diversi Eserciti, converrà osservar anco questo medesimo ordine e che in tutti i corpi i luogotenenti generali o' più vecchi Colonnelli o Capitani di Cavalleria o Sergenti Maggiori eserciten le cariche Generali, con esservi, non altrimenti che i Generali stessi autorizzati. E questo è quanto ho giudicato dover rappresentar alla Serenità Vostra, acciò vegga quali sieno le principali cariche d'un Esercito, quali sieno i suoi Uffici, la necessità d'averle, la compatibilità,

o conformità che in essi si ritrova, ed il frutto che 'l Prencipe, e lo Stato suo rittraggono dallo stabilimento d'un si fatto ordine per mezo del quale dieci milla fanti con due milla cavalli possono far maggior servigio, ed acquistar maggior gloria, e riputazione che due volte tanto nel disordine ch'ora si ritrova.

Per laqual cosa qualora sarò adoperato procureró d' effettuar quant' io consiglio ora nel mio riposo. Frattanto attendendo. i comandamenti di Vostra Serenità pregherò Iddio, che insieme colla Serenissima Republica lungamente e felicissimamente la conservi.

Di Padova li 20 di Novembre, 1630,
Di Vostra Serenità,

Humillissimo e Divotiss" Servitore,
Il Duca di Rohano.

VIII.

Archivio di Stato in Venezia.

Lettere al Collegio di Generali e Genti da Guerra, 1619-1663. Serenissimo Prencipe.

Sicome le guerre giuste per altro non si fanno che per ottenere una pace stabile, così mentre che dura la pace, niuna cosa la può tanto conservare quanto il prepararsi alla guerra, e questo tempo d'ozio si vuol impiegar nel provedersi delle cose necessarie per sostener ogni sforzo e per non trovarsi nelle necessità sproveduto. Onde per non far cosa ne soverchia, ne infruttuosa, è di mestiere il perfettamente conoscer la mente, e le forze di coloro che sono da temere, ed adoperar poi tutto quello, ch'è necessario ad una forte difesa senza tralasciar, ne trascurar cosa alcuna giovevole alla sua sicurezza.

Li Italia in tanti Principati, e Republiche divisa com' ella si ritrova, altre potenze sospette non ha che la Francese, e l'Austriaca; la prima era temuta mentre vi possedeva Stati, e designava d'accrescervisi, ed i Principi d'Italia per liberarsene si sono valuti della Casa di Spagna, la qual essendo passata nell'Austriaca, al presente Signora dell'Impero della metà d'Italia e de'Tesori dell'Indie. Ella si ha tanto più da temere, quanto il gran potere accresce ed innalza le sue speranze con darle anco ardir d'intraprender qual si voglia cosa senza haver timor, o dubbio di veruno. Fin' a quest' ora ella ha portato nascosto il suo cupo, ed ambizioso disegno della Monarchia Christiana, a cui con finto ed ipocrito zelo di giustizia e di Religione aspira, ora fastosa a fronte scoperta camina e più abbagliati che i ciechi medesimi son quelli che

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